Da quando Le Iene hanno mandato in onda il servizio sul cosiddetto "Blue Whale" è un dilagare di segnalazioni su adolescenti che si tagliano e progettano il suicidio.

Mi occupo di cutting e autolesionismo sin dai tempi dell'università: parlo ormai di quasi 15 anni fa.

I telefonini non erano ancora connessi ad internet, i modem erano lenti, ci collegavamo con i cavi del telefono che attraversavano le stanze e Facebook non era che un piccolo embrione nella testa di Mark Zuckenberg.

Già allora, però, gli adolescenti facevano cose come ascoltare musica triste, guardare film horror, ubriacarsi, drogarsi, tagliarsi e a volte anche ammazzarsi.

Anche io ho fatto alcune di queste cose, molto probabilmente anche molti di quelli che stanno leggendo quest'articolo e molti dei loro figli e delle loro figlie.

Alcune fanno parte della naturale necessità di sperimentazione e trasgressione dell'adolescenza, altre possono essere segnali di disagio.

Alcune cose vengono fatte nella solitudine della propria stanza, annebbiati da una tempesta ormonale che stravolge corpo e cervello e dall'impatto con un mondo dalle regole sempre più confuse e ambigue; altre travolti dall'onda del gruppo dei pari, aggrappati al bisogno di un'appartenenza qualsiasi, pur di non restare da soli.

15 anni fa iniziai a occuparmi di cutting seguendo il fenomeno dei blog.
Oggi i blog, intesi nella loro accezione originaria, ossia sorta di diario personale, sono passati di moda, schiacciati dai social e sono utilizzati in modo per lo più "paragiornalistico" .

Ma agli albori i blog erano il terreno dei  15enni che postavano testi di canzoni, raccontavano i propri tormenti interiori con la drammatizzazione di cui solo l'adolescenza ci rende capaci e talvolta si spingevano fino a territori spinosi e preoccupanti fatti di anoressia, bulimia, alcolismo, sessualità promiscua, autolesionismo, suicidio.

Dal punto di vista dell'adolescente il blog era persino più sicuro del diario segreto nascosto sotto il materasso: quello un genitore lo trova sempre. Il blog invece, lanciato nella stratosfera dei byte nell'universomondo, nascosto dietro un nickname e un indirizzo email era praticamente irraggiungibile.

Un universo che nella percezione degli adolescenti era irraggiungibile dagli adulti ed in cui bastava grattare veramente poco tra i blog zuccherosi e luccicanti delle fan delle Spice Girls e di Paso Adelante per imbattersi nel decalogo dell'anoressica perfetta, con racconti di digiuni drastici e consigli sull'abbigliamento con cui non destare sospetti nei genitori e nelle sconvolgenti gallerie fotografiche delle scarificazioni su gambe e braccia.

Non c'era bisogno di nessun "curatore" e di nessun "tutor": era l'adolescenza, le sue difficoltà, il suo dolore, la sua disperazione, la sua richiesta d'aiuto.

Già dieci anni fa si stimava che almeno il 10% dei ragazzi e delle ragazze si tagliasse.

Tradotto in concreto: in una classe di scuola superiore di 20 alunni, potrebbero esserci almeno due ragazzi che si tagliano.

E già 10 anni fa se ne parlava su internet, abbondantemente, tanto che era arrivata persino una proposta in Parlamento da parte del Senatore Udc De Poli

riguardante un fenomeno proveniente dalla pericolosa moda lanciata tra gli adolescenti dagli «Emo» una sorta di tribù che on-line esalta l'autolesionismo.

(qui la proposta originale sorvoliamo sul fatto che si porti in senato nonciclopedia come fonte... )

De Poli siede ancora in Senato, i ragazzi si tagliano ancora e ad essere spariti sono solo i ciuffi viola degli emo che nel 2017 ci apprestiamo a trasformare nell'incisione incerta di una balena su un avambraccio.

Non voglio entrare nel merito di quanto poco verificata sia l'intera vicenda della Blue Whale, di cui chi si occupa di autolesionismo aveva già letto almeno un anno fa senza mai trovare alcun riscontro di nessun tipo e meno che mai ne aveva trovato qualche risconto nessuno dei miei colleghi che lavora quotidianamente nelle scuole a contatto con orde di adolescenti.

Invece da due settimane non solo il fenomeno sembra reale, ma abbiamo scoperto che è arrivato in Italia e in proporzioni dilaganti...

Abbiamo già il suicidio (il ragazzo di Livorno citato nel servizio delle Iene), abbiamo la ragazza salvata il 50esimo giorno (citata nella puntata di Chi l'ha visto), abbiamo segnalazioni provenienti da ogni angolo dello stivale.

Abbiamo, naturalmente, pubblicato le 50 regole in ogni dove, che se il "gioco" esistesse davvero ci sarebbe da restare sbigottiti dalla superficialità con cui giornalisti e persino professionisti hanno partecipato alla sua diffusione, ignorando i più banali principi non solo dell'etica ma anche della comunicazione e della psicologia sociale.

Abbiamo così scoperto che i ragazzi quando fanno qualcosa di trasgressivo e a volte pure pericoloso, non lo dicono ai genitori.

Abbiamo capito che spesso quando hanno problemi tendono a tenerli per sé.

Abbiamo anche appreso che ascoltano musica triste e guardano film horror.

Abbiamo poi scoperto che si tagliano e si scambiano le foto su internet e a volte arrivano ad ammazzarsi.

E ci stiamo raccontando da due settimane che tutto questo accade perché qualcuno glielo ordina e loro passivamente eseguono, riducendo così il problema alla cattura dei fantomatici "curatori".

Eccolo il vero pericolo: restare così terrificati dall'angoscia dell'adolescenza da dargli una forma, quella della balena blu, che ci de-responsabilizza tutti, adolescenti, genitori, professionisti.

 

In questo immaginario gli adolescenti diventano secchi vuoti che stanno a sentire il primo che gli dice di fare qualcosa, i genitori  vengono svuotati di qualsiasi responsabilità relazionale oltre che educativa nei confronti dei figli e noi professionisti, invece di ridefinire e riposizionare gli elementi, ci lasciamo semplicemente trascinare dall'onda angosciata, se non peggio.

L'autolesionismo è un fenomeno complesso, che attraversa la vita di molti adolescenti, che lascia segni più o meno significativi nella loro crescita e che, in ogni caso, pure quando non è indice di una psicopatologia, è comunque un oceano di dolore la cui gestione non è certo da delegare alla polizia postale!

Fa paura pensare che nostro figlio o nostra figlia possa provare un dolore simile, è terribile pensare che ci siano momenti in cui pensa di farla finita.

Ma accade, accade con molta più frequenza di quanto non riusciamo a immaginare e comprendo che sia per un genitore un pensiero inaccettabile.

Come può riguardare mio figlio?

E se mai lo ha riguardato, è certamente perché qualcuno gliel'ha imposto in qualche modo, qualcuno gli ha fatto "il lavaggio del cervello".

No, non è così.

Perché l'adolescenza può essere davvero dura e a volte chiede ai nostri ragazzi cose da cui si sentono sopraffatti.

Soffrono. Da morire, a volte.

Un adolescente non si taglia perché un tizio che nemmeno conosce gli dice di farlo.

Si taglia perché non trova "le parole per dirlo", perché allo stremo delle proprie risorse mentali non riesce a trovare altro modo per dare forma al proprio vissuto.

Si taglia perché ricorrere a un’azione concreta, ancorché dolorosa e incomprensibile per un osservatore esterno, è comunque preferibile all’angoscia di qualcosa che non si riesce a capire e nemmeno controllare.

Forse di buono ora c'è che finalmente si parla apertamente di cutting e autolesionismo non più come fenomeno di nicchia.

E forse davvero qualche genitore sta iniziando a fare più attenzione a quando il figlio resta chiuso in bagno per troppo tempo o se pure in pieno giugno va in giro con la felpa a maniche lunghe.

Ma se poi gli raccontiamo e soprattutto ci raccontiamo che i responsabili di questo dolore stanno a mille chilometri di distanza, non avremmo fatto altro che lasciarli ancora più soli.

 

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Autore
Ada Moscarella
Author: Ada MoscarellaWebsite: www.ampsico.itEmail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
E' stato con l'aiuto di uno dei miei primi pazienti che ho capito fino in fondo perché amo questo lavoro. Mi fu presentato dal medico responsabile del suo ricovero: alcol, sostanze, fedina penale sporca. - E' un caso disperato - mi disse e mi lasciò intendere che non avevo da perderci molto tempo. Di tempo insieme, in effetti, ne passammo un po' e non direi che sia andato perduto. Lui si è disintossicato dall'alcol e dall'eroina, io ho capito che la profonda ragione per cui amo il mio lavoro è la possibilità di scoprire la forza anche lì dove tutti vedono solo disperazione, debolezza, fragilità. Così ho scoperto quanto sia poco interessante andare alla ricerca di colpevoli e quanto invece la vera forza della psicologia sia la sua capacità di trovare il modo di usare al meglio quello che si ha. Questa è la Base Sicura; il posto in cui costruire insieme risposte solide, concrete, durature a un bisogno universale: - Come faccio a stare meglio? -


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