
A pochi giorni dalla morte di Emmanuel Chidi Namdi, avvenuta sotto i colpi di Amedeo Mancini, noto ultrà della Fermana Calcio ora fermato con l'accusa di omicidio preterintenzionale, sui social parte un hashtag: #iostoconamedeo.
Decine di persone accusano l'africano (morto) di essere il vero aggressore, gente comune come una signora di sessant’anni che sul profilo di Enrico Mentana argomenta:
Anche a me un giorno un ragazzo chiamò 'cicciona' ma non ho reagito perché è vero, sono una cicciona.
E ancora:


Nemmeno una tragedia come quella accaduta a Bari, in Puglia, che ha sconvolto tutti ben oltre i confini nazionali riesce a frenare l’ondata violenta:

Ciò che colpisce davvero però e che alcuni pensino di giustificare commenti di tale calibro con un semplice “scherzavo”.
Si pensi alle affermazioni del fratello Amedeo Mancini in merito alle accuse di razzismo:
E poi ancora riguardo le “battute” rivolte ai pugliesi morti l’autore si “scusa” così:
È possibile che gli autori di questi post stessero “scherzando”?
Date le proporzioni del fenomeno,è possibile che sia in atto un vero e proprio “contagio”?
Per Gabriel Tarde, sociologo francese (1843-1914), arrivato alla sociologia partendo dalla criminologia, i comportamenti collettivi apparivano governati dalla "legge dell'imitazione", meccanismo fondamentale della riproduzione della società, dei suoi valori, delle sue istituzioni ed anche dei suoi mutamenti, poiché le invenzioni si trasmettono per imitazione. L'imitazione è vista quindi come il fatto sociale fondamentale, la base da cui partire per la comprensione della società e ciò in quanto è concepita come la molla del costituirsi e dell'evolversi della società.
Un concetto ripreso negli anni ’70 anche da Albert Bandura con la sua teoria dell'apprendimento sociale. L'autore evidenziò come l'apprendimento non implicasse esclusivamente il contatto diretto con gli oggetti, ma avvenisse anche attraverso esperienze indirette, sviluppate attraverso l'osservazione di altre persone. Bandura ha adoperato il termine modellamento (modelling) per identificare un processo di apprendimento che si attiva quando il comportamento di un individuo che osserva si modifica in funzione del comportamento di un altro individuo che ha la funzione di modello. Quindi il comportamento è il risultato di un processo di acquisizione delle informazioni provenienti da altri individui.
Di vero e proprio “contagio emotivo” invece parla Gustave Le Bon che nel 1895 scrive "Psychologie des foules", descrivendo la folla con caratteristiche molto negative, paragonandola ad un bambino, un primitivo e ad un selvaggio. Attraverso un contagio emotivo e in uno stato quasi oniroide e ipnotico, emerge un senso di onnipotenza e di diffusione della responsabilità, che allenta i freni inibitori permettendo azioni che individualmente non sarebbero possibili né accettabili (le folle, infatti, sarebbero fondamentalmente amorali). Così nelle dinamiche delle folle, si evidenziano pienamente fattori regressivi, come l’anonimia, la suggestionabilità, il contagio, l’impulsività, l’emotività, la credulità.
Probabilmente il lavoro di Le Bon eccede in pessimismo, stiamo comunque parlando di un teorico che considerava le folle “femminili” dato che “la donna è materia e l’uomo dà forma”…inoltre di certo la deriva della “manipolazione delle folle” non è qualcosa che ai giorni d’oggi, con i nostri moderni sistemi d’informazione e con elevatissimi livelli di istruzione, possiamo tollerare.
Peraltro anche Freud, pur ispirandosi a lui nella stesura di "Psicologia delle masse e analisi dell'Io", muove una critica per circa l’idea di una regressione oniroide e di una suggestione ipnotica, giacché manca una teorizzazione al riguardo "e non può che essere una lacuna notevole" ( per lo più Freud condivideva con Le Bon quasi esclusivamente il concetto di regressione).
Inoltre bisognerebbe fare alcune precisazioni: non tutti gli assembramenti di persone oggi sono considerati “folle”, ma esistono anche le “masse” oppure i “gruppi” organizzati che differiscono sensibilmente per dinamiche (interessante a tal proposito il contributo di William Mc Dougall, “The group mind” del 1920).

Meriterebbe però sottolineare l’intuizione del francese circa le modalità di “pensiero” della folla che, a suo dire, pensa per immagini. Le acquisizioni individuali del singolo scompaiono e con esse il suo modo di essere specifico. Affiora l'inconscio razziale, l'eterogeneo sprofonda nell'omogeneo.
Questa riflessione mi pare particolarmente interessante poiché infatti nell’epoca dei “Tweet” anche i messaggi scritti somigliano più ad immagini che a testi.
La Obvious Corporation di San Francisco ha fatto infatti di Twitter un fenomeno di culto e di cultura, puntando proprio sulla lunghezza massima di 140 caratteri (116 nel caso si inserisca un link o un'immagine) a messaggio, e modificando di conseguenza lo stile comunicativo di tutto il mondo a partire dalle modalità di comunicazione politica. Twitter inoltre, più di qualsiasi altro social network, ha anche drasticamente “accorciato i tempi” di diffusione delle informazioni ( per dirla alla Le Bon: ha accorciato i tempi di aggregazione della Folla attorno ad un evento).
In Italia, il 29 gennaio 2012 Twitter ha per la prima volta battuto una notizia di rilevanza istituzionale con largo anticipo rispetto ai media tradizionali: la morte del Presidente emerito Scalfaro è stata infatti twittata da un professore universitario, Alberto Gambino, suo amico e collaboratore, con un messaggio su Twitter ben 45 minuti prima delle agenzie di stampa, dando vita ad un vivace dibattito in rete.
Nel 28 febbraio del 2012 è stata twittata una foto del pilota NASCAR Brad Keselowski scattata da lui stesso in pista, durante un'interruzione della corsa a causa di un incidente, per testimoniare e inviare al mondo quei minuti in cui tutti i piloti in gara si trovavano fermi in attesa della ripartenza al Daytona international Speedway.
Alla fine di settembre 2013 Twitter ha superato 230 milioni di utenti attivi mensili.
Non è un caso che episodi di razzismo violento si consumino per lo più sui social network che, costituzionalmente, favoriscono proprio anonimia, contagio (la così detta “viralità”), impulsività, emotività, credulità, e che veicolano i messaggi utilizzando soprattutto le immagini.
Se si pensa che si è ridotto anche il tempo che ci si dovrebbe fisiologicamente prendere prima di esprimere una qualsiasi opinione, che possa essere razionalmente ponderata, circa questioni emotivamente attivanti, ci si rende conto che spesso più che informazioni ormai si condividono “sfoghi” personali.
Solo che lo si fa davanti ad una folla di milioni di persone senza neanche il biologico filtro della distanza onda sonora/timpano.
Questo mix, che somiglia ad una tempesta perfetta, sta trascinando tutti verso regressioni profonde e socialmente preoccupanti. È difficile rendersi conto di queste dinamiche, soprattutto quando sei all’interno del “flusso”. Vista da questa prospettiva appare diversamente terrificante la giustificazione del razzista di passaggio che cerca di scampare al linciaggio mediatico con uno “stavo scherzando”.
Forse c’è da prendere seriamente in considerazione l’ipotesi che stesse davvero scherzando, come d’altronde stiamo facendo un po’ tutti in questi ultimi 30 anni.