
Carrie Fisher apre il suo primo romanzo semi-autobiografico con queste parole:
Forse non avrei dovuto dare il mio numero al tizio che mi ha fatto la lavanda gastrica, ma che importa?
Tanto la mia vita è comunque finita.[Cartoline dall'inferno - 1987]
In poche parole l'attrice, interprete della Principessa Leila in Star Wars, riesce a racchiudere l'essenza di una vita bipolare, fatta di audacia, eccesso, ironia brillante, disfattismo.
IL DISTURBO BIPOLARE. E' una condizione mentale caratterizzata da una marcata oscillazione dell'umore, che rende la vita estremamente frammentata e imprevedibile, per sé e per chi sta accanto.
A Carrie Fisher la diagnosi arrivò per la prima volta all'età di 24 anni, quando ancora si chiamava disturbo maniaco-depressivo.
In quegli anni aveva già girato i primi due episodi di Star Wars e si trovava sul set di Blues Brothers, dove aveva rischiato più volte il licenziamento a causa del suo abuso di alcol e droghe, che l'aveva resa incapace di portare a termine anche singole scene.
Da allora, però, dovettero passare altri 7 anni, tra uso di sostanze, overdose, ricoveri, elettroshock, prima che la Fisher accettasse il suo stato di malattia.
E' il 1987, l'anno in cui scrive il suo primo romanzo, Cartoline dall'Inferno.
SONO FATTA COSÌ. Il problema di accettare di avere un disturbo bipolare è che è difficile accettare il fatto di avere qualcosa che non va se ci sentiamo pieni di energia e creatività, se ci sentiamo felici e pieni di autostima.
Le difficoltà vengono percepite solo nei momenti in cui l'umore è sul versante depressivo.
Ma l'amara verità è che "l'eccesso di felicità" mette in pericolo noi e chi ci sta intorno molto di più di quanto non faccia la tristezza, tant'è che nell'episodio maniacale è sufficiente che i sintomi siano presenti per una sola settimana, invece delle due necessarie per l'episodio depressivo.
RACCONTAR(SI) DI SÉ. La nostra mente cerca costantemente di dare coerenza a quello che ci accade: è il bisogno di conservare il più possibile una continuità esistenziale per sentirci noi stessi.
Questa continuità, però, è costantemente sotto attacco nelle persone con un disturbo bipolare, che cercano tenacemente di sfuggire alla frammentazione della tempesta umorale, sminuendo o addirittura negando gli accadimenti e i comportamenti bizzarri.
Pensavo mi avessero detto che ero maniaco-depressiva per farmi sentire meglio rispetto al fatto che fossi tossicodipendente.
[ABC News Interview - Carrie Fisher intervistata da Diane Sawyer]
Quando per la prima volta gli specialisti dicono a Carrie Fisher che ha un disturbo dell'umore, rigetta la diagnosi: l'identità di tossicodipendente le pare preferibile e più rassicurante di quella di una persona completamente in balia delle tempeste del proprio umore.
Ci vorranno anni di droghe, alcol, psicofarmaci e persino l'elettroshock prima di arrendersi all'idea che non si tratta solamente di un modo di essere.
Ho una malattia mentale. Posso dirlo. Non me ne vergogno. Sono sopravvissuta e sto sopravvivendo.
[ABC interview]
UNA VITA BIPOLARE. Oltre al lavoro con i familiari e con l'equipe di cura per mantenere costantemente monitorata la terapia farmacologica, grande parte del lavoro terapeutico è dedicato a ricucire la frammentazione della narrazione della propria storia di vita.
Kay Jamison, una delle massime esperte di disturbo bipolare, da cui è pure affetta, nella sua autobiografia scrive:
In modo inesprimibile, la psicoterapia risana.
Dà senso in qualche modo alla confusione, tiene a freno i sentimenti e i pensieri che impauriscono, restituisce un certo controllo e la speranza, e la possibilità di imparare da tutto questo[Una mente inquieta - Kay Redfield Jamison]
Il racconto pubblico che Carrie Fisher ha fatto della sua malattia ha probabilmente consentito a molte persone affette da disturbo bipolare di riconoscersi nella narrazione e ha dato loro una chance in più di chiedere aiuto.
Sono racconti fatti di quotidianità, sopravvivenza e adattamento, che forse tolgono il fascino dell'artista pazzo e geniale ma hanno il potere di restituire il senso di una vita che mette alla prova, ma da cui si può anche apprendere molto, a patto di raccontarla autenticamente.
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