Yolocaust: il progetto fotografico lanciato la settimana scorsa dall’artista israeliano Shahak Shapira, gioco di parole tra Yolo (acronimo di You Only Live Once) e Olocausto.

Shapira ha raccolto da Facebook, Instagram e Tinder, foto (con tanto di hashtag e numero di like) scattate al Memoriale della Shoah di Berlino, tra le 2711 stele nella Cora-Berliner Strasse berlinese posate in ricordo delle sei milioni di vittime della Shoah.

Passando poi il cursore del mouse sulle foto, lo sfondo cambia e i protagonisti si ritrovano circondati da cadaveri. Il progetto è stato ripreso da moltissime testate giornalistiche e blog, fino a diventare virale. Non solo giudizi positivi, molte anche le critiche aspre e serrate all’artista. Di certo le immagini risultano violente, brutali e viene da chiedersi se l’artista non sia stato troppo duro con chi ha semplicemente scattato una foto, in vacanza, al centro di Berlino.

 

 

Oggi, durante il giorno della memoria, il sito riposta una lunga lettera:

 

Caro internet,

la settimana scorsa ho lanciato un progetto chiamato YOLOCAUST che ha esplorato la nostra cultura commemorativa combinando selfie dal Memoriale dell'Olocausto a Berlino con riprese da campi di sterminio nazisti. I  selfie sono stati trovati su Facebook, Instagram, Esca e Grindr. Ho incluso anche i commenti, hashtag e "Mi piace", che sono stati pubblicati.

La pagina è stata visitata da oltre 2,5 milioni di persone. La cosa pazzesca è che il progetto in realtà ha raggiunto tutte le 12 persone che è erano presenti nei  selfie. Quasi tutti hanno compreso il messaggio, si sono scusati e hanno deciso di rimuovere i loro selfie dai loro profili personali di Facebook e Instagram. Oltre a questo anch'io ho ricevuto tonnellate di grandi risposte da parte dei ricercatori dell'Olocausto, gente che lavorava al memoriale, gente che ha perso la famiglia durante l'Olocausto, insegnanti che volevano utilizzare il progetto per le lezioni scolastiche, e le persone malvagie che hanno inviato le foto di loro amici e la famigliari chiedendo di Photoshopparle. Potete vedere alcuni dei feedback sotto.

Ma la risposta più interessante è venuto dal giovane che è sulla prima immagine del progetto, che salta sulle lastre di cemento con la didascalia «Saltando su ebrei morti @ Holocaust Memorial». Credo che la sua e-mail sia il modo migliore per concludere questo progetto, per ora:

 

Sono il ragazzo che ti ha fatto venire voglia di fare Yolocaust, almeno così ho letto.

Io sono il "saltando sugli..." . Non riesco nemmeno a scriverlo, mi fa stare male il solo pensarci. Non volevo offendere nessuno. Ora io continuo a vedere le mie parole nei titoli.

Ho visto che tipo di impatto hanno quelle parole ed è pazzesco e non è quello che volevo.

La foto fu fatta per i miei amici, per scherzo. Sono conosciuto per fare scherzi strani, stupidi, sarcastici. E i miei amici lo capiscono. Se voi mi conosceste, lo capireste anche voi. Ma tutto questo viene condiviso, e arriva ad estranei che non hanno alcuna idea di chi io sia, quello che vedono è soltanto uno che manca di rispetto nei confronti di qualcun altro o di loro stessi.

Non era mia intenzione. E mi dispiace. Davvero.

Con questi pensieri, desidererei non essere più chiamato in causa. 

Ps: Oh, se poteste spiegare alla BBC, ad Haaretz e a tuttiiiiii gli altri blog, stazioni radio, che hanno combinato un fottuto di casino, sarebbe grandioso.

 

Se si vuole tenere il passo con il mio lavoro, mi troverete sulla piattaforma di social media di vostra scelta. Fatta eccezione per Snapchat. Non capisco Snapchat.

  

In un’intervista a Vice.com Shapira risponde così a chi contesta durezza:

La satira funziona solo quando è dura. Deve essere un’esagerazione, altrimenti non ha alcun valore. Mi chiedi se queste foto sono troppo dure? Non lo so, ognuno avrà una sua idea e deciderà di conseguenza.

Yolocaust, quindi, non vuole demonizzare gli autori delle foto ma vuole spingere a riflettere tra memoria e prosecuzione della vita.

Peggio infatti del non ricordare la storia, c’è ricordarla male, decontestualizzarla e privarla del suo orrore, assimilarla alla banalità del quotidiano; proprio quel quotidiano che si cerca di conservare fino alla fine quando si verificano fatti storici sconvolgenti,che ci spingono a commettere proprio quelli errori che ormai non ci fanno più orrore.

Come dice Hannah Arendt nel suo La banalità del male:

E’ nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato.

Probabilmente si è anche creato un business attorno ad alcuni luoghi di commemorazione dell’olocausto che spinge le persona a comportarsi più da turisti che da “commemoratori.

Di certo, se l’obiettivo dell’artista era far riflettere, ci è sicuramente riuscito.

  

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Autore
Paola Serio
Author: Paola SerioEmail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Il giorno in cui ho capito che volevo essere una psicologa è un giorno storico per Firenze. Era il 17 Dicembre del 2010 e sulla nostra città un'improvvisa nevicata ha completamente innevato strade, autostrade, bloccato auto, treni, autobus. Firenze si tinse di bianco con 20 centimetri di neve. Ancora oggi, quando si parla di neve, il ricordo va subito a quel giorno. C'era un gran caos: tutti temevano di restare bloccati e cercavano in ogni modo di tornare a casa. Anche io, come loro, stavo cercando un modo per tornare a casa dall'Hospice, dove ero volontaria per il servizio civile. Ma fui chiamata in una stanza da un'infermiera: c’era una signora stesa nel suo lettino. Aveva paura. Paura di morire. Paura di morire da sola, mentre tutti scappavano verso casa. «Ho da darle solo la mano», pensai. Poi restai lì fino all'ultimo, alla sera. E capii: quello che avevo dato a quella signora era una base sicura in cui stare, per sopportare l'angoscia di stare per morire. Capii, pure, che “non c’è nulla da fare” non appartiene al lavoro di psicologo: c’è sempre qualcosa da fare, una relazione da intraprendere, uno scambio che significa una vita, persino in pochissimi minuti. Persino negli ultimi.


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