E se tuo figlio si ubriacasse?

Non è una possibilità così remota a giudicare dai recenti dati ISTAT.

I DATI. Secondo quanto raccolto dall'Istituto nazionale di Statistica nel 2016 i consumatori giornalieri di bevande alcoliche sono il 21,4% della popolazione a partire dagli 11 anni, a conferma di un trend discendente in moto da ormai 10 anni (i consumatori quotidiani erano il 29,5% nel 2006).

Sono in aumento i bevitori occasionali (dal 38,8% del 2006 al 43,4% nel 2016) e il consumo di alcolici si sta sempre più spostando fuori dai pasti.

Tra coloro che eccedono più frequentemente ci sono gli ultrasessantacinquenni, soprattutto i maschi (il 36,2% a differenza dell'8,3% di donne della stessa fascia di età).

Nella fascia d'età 18-24 anni la percentuale di chi eccede è del 22,8% nei maschi e del 12,2% nelle donne.

Nella fascia d'età 11-17 anni le percentuali sono 22,9% e 17,9%.

La fascia giovane è anche quella maggiormente a rischio di binge drinking, soprattutto nei momenti di socializzazione, con il 21,6% dei maschi e l'11,7% delle femmine.

QUESTIONE DI CULTURA. La cultura mediterranea non è particolarmente severa sull'uso di alcolici. Il vino è quotidianamente sulle nostre tavole, la nostra è una cosiddetta "cultura bagnata" per quanto riguarda l'utilizzo di alcolici: l'alcol, in particolare il vino, fa parte della nostra alimentazione.
Il consumo eccessivo è tollerato, purché rientri nel rispetto di alcune consuetudini: ubriacarsi ad un falò di fine estate è socialmente accettato, mentre non lo è l'ubriachezza solitaria.

Le "culture asciutte", tipiche dei paesi nordici, invece, prevedono un consumo di alcol direttamente finalizzato all'intossicazione, con la predilezione per bevande dal tasso alcolico decisamente più elevato: in questi Paesi l'ubriachezza pubblica è più frequente rispetto ai Paesi a "cultura bagnata" e meno socialmente accettata.

I DANNI DELL'ALCOL. Che sia poco o tanto, l'alcol fa male, al fegato e al cervello soprattutto, a maggior ragione se l'età delle prime bevute si fa sempre più precoce.

Le statistiche più recenti registrano una costante diminuzione dell'età della prima sbronza: siamo scesi ad 11 anni. Praticamente dei bambini, che ci costringono a domande inquietanti.

  • Come fanno a procurarsi l'alcol? Lo trovano in casa? Lo trovano fuori? Da chi, considerando che, almeno in teoria, l'alcol non dovrebbe essere venduto a minorenni?
  • Si ubriacano in casa o fuori? Da soli o in compagnia?
  • Quali sono i campanelli d'allarme cui un genitore dovrebbe porre attenzione per capire se suo figlio sta facendo uso di sostanze alcoliche?

I CAMPANELLI D'ALLARME. Bocca impastata, scarsa coordinazione, confusione, occhi arrossati al rientro da un'uscita serale possono essere segni di un eccessivo uso di alcol se non di decisa ubriachezza.

Se il sospetto è che il comportamento vada oltre l'occasionalità, è necessario che la situazione venga affrontata il prima possibile, sia per prevenire i danni all'organismo sia per prevenire il radicamento della dipendenza.

La comparsa di tosse persistente, alterazioni nel ciclo sonno/veglia, difficoltà di concentrazione e vuoti di memoria, aggressività, impulsività, alterazioni del tono dell'umore e calo del rendimento scolastico, sono segnali da considerare con la massima urgenza.

COME INTERVENIRE? Che si tratti di ribellione, di tentativi di superare la timidezza e affrontare le situazioni sociali, di desiderio di appartenenza o conformismo al proprio giro di compagnie, di maldestri tentativi di fare fronte all'ansia o a una particolare situazione o stato emotivo, è prioritario tenere a mente che se un ragazzo o una ragazza decide che l'ubriachezza è la soluzione da percorrere, è tutta la sua rete familiare che deve porsi il problema.

Cosa ha fatto in modo che per il giovane la bottiglia sia diventata una soluzione preferibile alla ricerca di supporto nella sua rete di appartenenza?

E' importante che la famiglia assuma questo punto di vista sul problema e non getti addosso a chi sta avendo il problema la colpa e la responsabilità di quanto stia accadendo.

Rivolgersi ad un terapeuta, infatti, non significa trovare colpevoli o scovare capri espiatori, significa innanzitutto tutelare la salute dei nostri figli e della nostra famiglia, significa trovare strategie educative e relazionali più sane, capire come affrontare le crisi e la vita in modo efficace e persino soddisfacente.

 

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 Per approfondire

Dati Istat 2016

Autore
Ada Moscarella
Author: Ada MoscarellaWebsite: www.ampsico.itEmail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
E' stato con l'aiuto di uno dei miei primi pazienti che ho capito fino in fondo perché amo questo lavoro. Mi fu presentato dal medico responsabile del suo ricovero: alcol, sostanze, fedina penale sporca. - E' un caso disperato - mi disse e mi lasciò intendere che non avevo da perderci molto tempo. Di tempo insieme, in effetti, ne passammo un po' e non direi che sia andato perduto. Lui si è disintossicato dall'alcol e dall'eroina, io ho capito che la profonda ragione per cui amo il mio lavoro è la possibilità di scoprire la forza anche lì dove tutti vedono solo disperazione, debolezza, fragilità. Così ho scoperto quanto sia poco interessante andare alla ricerca di colpevoli e quanto invece la vera forza della psicologia sia la sua capacità di trovare il modo di usare al meglio quello che si ha. Questa è la Base Sicura; il posto in cui costruire insieme risposte solide, concrete, durature a un bisogno universale: - Come faccio a stare meglio? -


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