
Sarà colpa di una certa letteratura e di una certa cinematografia, ma la "pazzia", intesa in senso ampio, ha sempre suscitato nell'uomo comune un certo fascino.
Non è raro leggere frasi come
Bisogna essere un po' pazzi per essere normali
e pensare alla Susanna Keysen e a tutte le sue amiche di Ragazze Interrotte.
Le persone più geniali sono sempre un po' pazze
e pensare allo spassoso Sheldon Cooper di Big Bang Theory.
I pazzi hanno doti speciali
e pensare subito al magistrale Dustin Hoffman in RainMan.
Tutti questi personaggi descrivono una "pazzia" in una tonalità quasi desiderabile, ne mettono in risalto le doti "speciali".
Solo che Susanna, la protagonista dell'autobiografia da cui è tratto il film con Winona Ryder e Angelina Jolie, era affetta da un grave disturbo borderline che l'aveva portata quasi al suicidio.
Sheldon ha la fortuna di trovare degli amici che ne comprendono e ne accettano le stranezze. Ma non a tutti va così bene.
Di Dustin Hoffman sono pieni i centri di riabilitazione e le cliniche specializzate.
Nessuno desidera niente di tutto questo.
E non può davvero desiderarlo perché ciascuno di noi sa bene che il dolore psicologico è un dolore spesso atroce. E la nostra peggior sofferenza psicologica è solo un vago assaggio del dolore provato da chi al dolore accompagna i sintomi per mesi e spesso anche anni.
Il dolore psicologico non ha origine in un'innervazione precisa, è difficile da spiegare ad un altro essere umano, i farmaci tamponano e gestiscono le manifestazioni sintomatiche alla bell'e meglio, ma sul dolore dell'anima poco possono se non, semplicemente, ovattare tutto.
No. Non c'è proprio niente di affascinante nella pazzia, niente di invidiabile: non è un modo originale di guardare la realtà, né ispira una libertà speciale.
La pazzia fa male, di un dolore indescrivibile, di un dolore disperato come quello di un infante; è un dolore che appartiene a mondi popolati da mostri, voci, stanze anguste e minacce mortali a ogni angolo.
E' un mondo fatto di estremi tentativi di salvarsi da tutto questo, fino a fare cose assurde, fino a preferire persino la morte.
Non guardiamo con superficialità alla sofferenza psichica: se vogliamo stare accanto come professionisti, come familiari, semplicemente come esseri umani a chi soffre così tanto, dobbiamo innanzitutto rispettare il loro mondo, per potercene occupare al meglio.




