Se un albero cade in una foresta in cui non c'è nessuno, fa rumore?

Al classico quesito filosofico ai nostri giorni se ne affianca un altro: se centinaia di persone vedono un albero cadere, possono affermare con certezza che quel albero sia effettivamente caduto?
Ed ancora: è sufficiente che centinaia di persone ci credano capaci di abbattere un albero per sentirci un po’ boscaioli?

A differenza del primo, questi due quesiti sembrano di facile soluzione. Eppure di qualche giorno fa è la notizia della nuova “moda” di simulare le vacanze attraverso il fotoritocco.

 

È facilissimo ormai “simulare”, attraverso programmi alla portata di smatphone, di essere stati in un posto o di aver conosciuto questo o quel vip.

Siti web e applicazioni permettono infatti di “montare” la propria immagine su paesaggi presi da Google Street View oppure su foto di personaggi famosi.

Secondo una web analysis realizzata in collaborazione con un pool di psicologi, su un campione di 500 turisti tra i 20 e i 50 anni, si stima che siano due milioni coloro che si dedicano al 'selfie scam' per impressionare i propri contatti e dimostrare di vivere una vita invidiabile.

Si mente soprattutto sugli Hotel: pare che anche nella fantasia sia importante una dimora a 5 stelle dove poter stare comodi, larghi e  usufruire di tutti i migliori confort. (Per approfondire)

Ritornando alla nostre domande allora: pare che due milioni di persone credano che sia necessario sentirsi un po’ boscaioli facendo credere ai propri contatti sui social, attraverso il fotoritocco, di aver abbattuto un albero.

Questo bisogno creativo, ovvero di creare una realtà compensatoria, può essere un sintomo di una società che non riesce più a stare al passo con la realtà, nella realtà?  Potrebbe darsi che gli oneri, i rischi e i costi di un’azione siano diventati per molti insostenibili tanto quanto necessari da compiere per accaparrarsi una posizione sociale rispettabile?

Se pensate che questo fenomeno non vi riguardi pensate che una forma simile di “mistificazione” della realtà la possiamo trovare nell'acquisto dei prodotti “tarocchi”: borse, scarpe, occhiali, profumi ecc, che simulano la marca venduti però ad un costo nettamente inferiore, allettano l’acquirente ancora oggi, nonostante i divieti e le sanzioni a cui ci si espone durante l’acquisto. Chi non è stato almeno una volta “tentato” camminando per le vie delle più grandi città?

Stiamo parlando dello “status symbol”, ovvero di un elemento caratteristico dell'aspetto e del comportamento (spesso l'acquisto di un oggetto di consumo costoso o raro) che tende a mostrare esteriormente che il possessore ha raggiunto un determinato status sociale, un livello di ricchezza o di potere personale.

Dal secondo dopoguerra il consumismo è diventato un valore per tutte le società occidentali, il buon americano è sovrapponibile al buon consumatore. Chi dispone allora di ingenti somme di denaro, che spende amorevolmente in beni di lusso, è gradatamente diventato l’Ottimo americano, un ideale dell’Io a cui tutti dovrebbero tendere, valorizzato e acclamato, al quale siamo disposti a concedere e “perdonare” qualsiasi forma di eccesso narcisistico (e proprio per questo appetibile).

Erich Pinchas Fromm nel 1976 aveva tentato di metterci in guardia in merito alla confusione che la società aveva assunto attorno al concetto dell’Essere rispetto all'Avere e alle derive di tale cambiamento di paradigma nella costruzione dell’identità personale e sociale. Nulla però possono, a quanto pare, i libri confrontati al governo del mercato e al conseguente bombardamento mediatico delle pubblicità che propongono costantemente un modello ideale di Essere centrato sull'Avere.

Gli oggetti di consumo sono diventati la rappresentazione simbolica della nostra identità e del nostro valore sociale: se valgono tanto, noi valiamo tanto ( si ricordi per esempio il famosissimo spot pubblicitario “…perché io valgo”).  Non sono solo oggetti ma biografie e relazioni.

Ma che succede al boscaiolo se un albero cade sotto gli occhi di tutti senza far alcun rumore?

Nel libro “Intersoggettività e lavoro clinico” (Orange, Atwood & Storolow, 1997), si afferma che

l’esperienza dell’annichilimento personale riflette una catastrofe intersoggettiva in cui sono crollate al livello più fondamentale quelle relazioni con gli altri che sostenevano psicologicamente la persona. In che cosa consiste questo crollo? Consiste nella perdita di connessioni convalidanti e confermanti con gli altri e nella disgregazione del mondo soggettivo attraverso la violazione e l’usurpazione. Sebbene le circostanze e gli eventi concreti della vita che giocano un ruolo fondamentale nell'origine dell’annichilimento siano particolarmente variabili, essi hanno in comune l’effetto di indebolire il senso di esistere e di essere reale di una persona nei suoi aspetti più essenziali, inclusa l’esperienza di se stessa come soggetto e agente attivo, come se possedesse un’identità coerente e avvertita come autenticamente propria, come se possedesse un confine ben delimitato e che delimita l’io dal non io, e come fosse continua nel tempo e oltre la storia.

(George E.Atwood, SELF - Rivista di psicanalisi contemporanea psicologia del sé e psicanalisi relazionale, ANNO 1 N° 3 - 2011).

Insomma “Siamo” solo attraverso gli altri, se gli altri smettono di confermare e convalidare la nostra esistenza il rischio è l’annichilimento.

Ritornando quindi ai quesiti da cui siamo partiti ci rendiamo conto che, sia l’essere boscaioli, sia l’aver abbattuto un albero, ruotano attorno al concetto di “rumore”: non il fenomeno fisico del “rumore” ma il rumore interno che la caduta dell’albero suscita nel complesso relazionale in campo.

Alla luce dei fatti riconsideriamo il mito di Narciso:

Lo sfortunato ragazzo, a seguito di una punizione della dea Nemesi, si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d'acqua e muore cadendo nel fiume in cui si specchiava.

Forse però quella Dea non fu poi così crudele come tutti siamo abituati a considerarla: immaginiamoci cosa sarebbe stato del giovane se lei avesse deciso di legare al riflesso l’amore degli altri PER Narciso.

Che punizione assai più amara poter essere amati solo attraverso un riflesso in un FaceRiver.

 

 

 

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Autore
Paola Serio
Author: Paola SerioEmail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Il giorno in cui ho capito che volevo essere una psicologa è un giorno storico per Firenze. Era il 17 Dicembre del 2010 e sulla nostra città un'improvvisa nevicata ha completamente innevato strade, autostrade, bloccato auto, treni, autobus. Firenze si tinse di bianco con 20 centimetri di neve. Ancora oggi, quando si parla di neve, il ricordo va subito a quel giorno. C'era un gran caos: tutti temevano di restare bloccati e cercavano in ogni modo di tornare a casa. Anche io, come loro, stavo cercando un modo per tornare a casa dall'Hospice, dove ero volontaria per il servizio civile. Ma fui chiamata in una stanza da un'infermiera: c’era una signora stesa nel suo lettino. Aveva paura. Paura di morire. Paura di morire da sola, mentre tutti scappavano verso casa. «Ho da darle solo la mano», pensai. Poi restai lì fino all'ultimo, alla sera. E capii: quello che avevo dato a quella signora era una base sicura in cui stare, per sopportare l'angoscia di stare per morire. Capii, pure, che “non c’è nulla da fare” non appartiene al lavoro di psicologo: c’è sempre qualcosa da fare, una relazione da intraprendere, uno scambio che significa una vita, persino in pochissimi minuti. Persino negli ultimi.


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